Qui a Cultura Italia,
ricordiamo Renato Milleri (in arte “Remil”) come un amico caro
ed un grande poeta. A Lui è
dedicato il nostro sito, perché, nella vasta coralità della sua
commemorazione, presente in Internet,
non manchi alla memoria, ciò
di cui viviamo,
le nostre parole.
A Mara il nostro
abbraccio sincero.
A
Marco
Gavotti , ideatore di Cultura Italia.
-E’ morto Remil! (messaggio di
-Opere di Renato Milleri (a cura di
-IL saluto degli amici
(poesie e pensieri dedicati a Remil)
-Medaglia di Guerra (a cura di Reno
Bromuro)
-Il venditore di storie
(a cura di
-La nostra città violenta
(a cura di
- Nel
ricordo di Remil (a cura di Marco Gavotti
-Istinto
(l’urlo dell’ES) (a cura di
-Poeta
TOP 2004/2005 (a cura di
- Poeta TOP 2004/2005 (a cura Di
-Il
sentiero di Dio (a cura di
-Quando
il ricordo non è più dolore (a cura di
- L’intima
compenetrazione del linguaggio el’interpretare (a cura di Reno Bromuro)
-Nel ricordo di Remil (a
Cura di
E’ Morto Remil! (messaggio
di
-mercoledì 25
febbraio 2004-
Amici carissimi, con il cuore gonfio di dolore vi annuncio
la dipartita di Renato Millèri (Remil). Alle ore 07,00 di questa mattina è
volato in cielo per stare più vicino a tutti, un abbraccio
con tutto l'amore che posso, Reno P. S. Quanto avrei a
meno di darvi questa ferale notizia! I funerali si svolgeranno domani 26
febbraio, alle ore 11,00 nella Chiesa di San Cipriano a Torrevecchia - Roma.
Per le condoglianze potete scrivere:
Sig/ra Mara Millèri - Via Vincenzo Viara De Ricci, 48 -
00100 ROMA
POESIA
TEATRO
SE IO TI DO UN FIORE - Remil -
(2002)
NARRATIVA:
Giullare in
tight - Remil - Racconti (Disponibili:due racconti,
sfondo, grafica, file musicale)
Ciao Renà (Salvatore
Messina)
Con le
parole più sentite
che
l'intimo Tuo rinnova senza posa
ricamaci
l'accesi poesie
le mille
verità dell'omo
Canta amico mio canta
Ora della
tua storia
ho fatto
mio ogni puntino
le
virgole esitanti
le
sinfonie più vere
o del
romano l'esclamazioni
Canta
ancora amico caro ancora
stuzzica
er cor mio
tu che
m'hai insegnato l'amicizie
Renà, ce sei o ce fai
Renà...evvabbè...se
vedemo.
Sal che ti
vuole bene.
Remil
Nella mia
ora
risplende
al petto
l’anima
Tua
Se lo sapessi ti direi
(Nadina Spaggiari Ascari)
Se lo
sapessi ti direi: siamo a casa -
ma non conosco il nome di questo bianco
sospeso nell'azzurro.
Prima d'uscire, dovrò entrare
e ancora non l'ho fatto -
per ora resto qua, in sospensivo trasparire,
a soffiare il mio tempo contrario
e schiariranno, poi, le ombre nell'intimità,
comunicando con la bellezza.
“Caro Renato, ciao, sono Nadine, ricordi? Mi chiamavi soffio
di vento, per la mia fragilità; ora sei tu, un soffio d’infinito e lo sei sul mio cuore, per sempre, amico mio! Ti voglio bene,
ciao! Non ti dimenticherò mai! Mai! Mai!”
MI AVEVI DETTO (
Mi avevi detto, non
ti rattristare
che
quando te n'andrai farò di tutto
perché
si ricordino di te dell’amore
sviscerato
per «Nostra Signora Poesia»
t’ho
creduto, ho resistito per starti vicino,
Ma
tu, bugiardo, bugiardo, bugiardo!
Sei andato via
prima, non mi hai atteso,
hai
smesso di soffrire le pene dell’Inferno
e
ci hai lasciato un’arte che rimarrà
in
eterno, finché tutti noi vivremo, per
ricordare
il tuo altruismo sfrenato,
il
tuo amore incondizionato, saldo
puro
e verace nell’Arte di cui viviamo.
Oggi 25 febbraio hai
atteso il sole
ti
sei preso il suo bacio e in quel bacio
ci
hai stretto la mano e ti sei appropriato
dei
calzari di Mercurio per avviarti
e
intercedere verso Nostro Signore
di
fare uno sconto ai peccati nostri.
AMICO, PERCHE’ VIENI NEL
SONNO? (
Amico, perché vieni nel sonno e
mi guardi
in silenzio con espressione neutra?
Non capisco
cosa mi voglia dire
ma lo
intuisco per il tuo pensiero:
devo
portare a termine il lavoro?
Ma c’è
l’amore che come pasta lievitata
trabocca
e corre veloce verso
l’Uomo
perché anch’egli lo rafforzi;
c’è la
persona ch’è sola e piange
sulle
proprie sventure, senza freno;
c’è il
bambino che vorrebbe il padre
che una
toga nera, uomo vestito a lutto
da sempre
e senza morte, che la crea
ma solo
per l’infanzia e rafforza
l’arroganza
di certe donne che
mamma non
sono e non saranno mai.
Ho capito,
amico mio, il tuo silenzio!
Non parli
ma sento il grido spietato contro
i
grafomani che provincializzano la cultura,
questo è
il tuo dolore contro il mio silenzio.
Io non
taccio, è la sorte che mi chiude la bocca
ha
bloccato la penna intinta nella verità sentita
rivoluzionato la tastiera che non risponde al richiamo
della mia
volontà; ed io, amico mio, non ho più forze.
SOLO UN ANNO FA (
Solo un
anno fa,
in questo
giorno di primavera
si
conversava sulla bellezza dell’arte
che l’ha
immortalata in varie
sembianze:
fanciulle vestiti di fiori,
cui
s’inchina anche Bacco;
pareti di
maioliche a giardino…
Ridesti, lo ricordo bene,
parlasti
di Vivaldi e piangesti
ché la
tua città era cambiata.
Tu figlio dei Gemelli, alla ricerca
continua
dell’altro te stesso,
mi
prendevi in giro perch’io
cancerino
illuso spero di vedere
veramente
un giorno vicino
gli
uomini camminare mano nella mano...
Solo un
anno fa di questo si parlava
oggi di
che parli con gli angeli?
Ricordi
forse il vagheggiar mio?
Solo un
anno fa…
tu mi
ascolti ma non rispondi
vorrei
tanto, ma proprio tanto
riudire
il canto del tuo riso.
Era
primavera, un anno fa.
Oggi il
cielo è carico di radionuclidi
i fiori
sono quasi morti ed io
solo con
l’eterna solitudine
che
m’accompagnerà fino alla fine.
Ecco, tutto è compiuto!
(Marco Gavotti)
Il grande
angelo ha chiuso le sue ali su di Te
e ti
porta là dove non c'è dolore.
Solo un
attimo, Remil, prima di andare,
posa la
tua mano nella mia
e lasciami
un verso nuovo,
che lo
possa urlare al vento
perchè il
dolore che mi scuote è troppo,
perchè il
distacco è immenso,
averti,
significava saperti.
Si chiude
così il ciclo della tua vita,
nasce ora
una speranza.
Quella che
il tuo lavoro possa
raggiungere
gli angoli della terra
e portare
ciò che di te non muore,
la
poesia, a far buon frutto.
Addio
Renato, con te va via
un pezzo
del nostro cuore.
Indicaci un
posto buono, fresco,
dove
comporre le nostre poesie,
dove
sorriderci per sempre,
quando
anche noi saremo
nel
giardino dei Poeti!
Un vero poeta (
Ho letto di
te
e mi
rattrista
non
averti mai visto
ma per
quello che sento
per le
lacrime piante
capisco
che eri
qualcosa di grande
d'immenso
ed allora
ti penso
e mi
piace vederti
lassù
a
seminare poesia
nella
valle dei giusti
come solo
un vero poeta
può fare.
Il prezzo dell'amore (?)
Anche l'amore
ha un prezzo
e non dirmi
che c'è qualcosa
oltre quel buio
che ti sta portando via.
Pensavo che la notte
fosse profonda
cercando stelle
in quel cielo
che nessuno sa.
La luce
ha perso il volto,
è un baratro immenso
la vita,
precipito
sempre più in fondo
non sento le urla
di chi mi chiama.
Si è capovolto il sole
e brucia quello che rimane
d'una debole speranza.
Vorrei donarti un respiro
per darti vita
ma l'amore
ha un prezzo troppo alto
in questo inferno
che chiamano
terra.
1/06/03 (
Correre sulle
rotaie del vento,
soli e
nudi nell'anima, possono i poeti.
Accarezzano
le albe del mondo, le nazioni
dalle
guance vermiglie, i tetti dei villaggi globali.
Hanno per
cuore quel sole rubicondo,
per
braccia gli abbracci dei bimbi
e
profumano di luna e scintille di stelle.
Solo i
poeti possono volare:
hanno ali
giganti e occhi di ruscelli,
la risata
secolare avvolta nel mantello,
la gioia
racchiusa nella lampada delle fiabe....
E sanno
piangere, gemere, soffrire,
vestirsi
di tempeste trasformando rose in spine.
Condividono
lacrime col cielo, dolori coi vulcani,
capricci
con le ortiche...
Amano al di là dell'amore, sorpassando
la mente
ed il corpo delle cose.
e
soffiando sulle anime dei vivi per renderle vive.
Nessuno lo
sa. Neppure Dio.
Perché i
poeti non sono angeli comuni:
sono
l'essenza stessa delle galassie,
polvere
impastata d'acqua sorgiva,
inizio e
fine di ogni sentimento.
E se
vivono muoiono.
Ma se
muoiono vivono.
A Remil
Se muore un poeta
singhiozzano le stelle sue amiche
e la luna
si fa scontrosa
e
pallida.
Per questo
non morirà mai
la sua
Poesia
e la sua
eco risuonerà
come
meteora
negli
abissi.
Medaglia di Guerra (
Afferma Carducci: «La Poesia, la Grande Poesia aspira pur
sempre al passato e dal passato procede». (Op. 27/14)In questa poesia di Remil
«Medaglia di guerra» il Poeta è in piedi, lo sguardo nel vuoto, come se i suoi
occhi fossero vuoti, vede una medaglia che dondola presso un’Urna, allora il
suo pensiero è rapito e sente cantare nella memoria: «L'ora presente è invano;/non fa che percuotere e frigge;/sol nel passato è il
bello,/sol nella morte è il vero».Perché gli ritornano
alla memoria le parole del Carducci? Perché nel vuoto, che continua a fissare
senza vedere, ha capito che esiste la bellezza solo in quello che noi sappiamo
e che c’è rimasto del passato, cioè solo nella storia
e nei monumenti testimonianti l'attività dei nostri antichi; il vero non è che
nella tomba. Filosofia sconsolata in cui pare che si annulli
il valore della vita che è essenzialmente presente e protesa verso l'avvenire.
Sembra che il passato abbia in sé uno specialissimo interesse, un fascino
particolare per lo spirito umano che sente il valore dell'ereditarietà,la venerazione per la tomba, la suggestione dei sentimenti.
Il passato ha una sua imponenza davanti al nostro occhio, quando è testimoniato
dalle opere d'arte, è davanti alla nostra mente e più ancora alla coscienza
quando è fatto rivivere dalla storia. In quest’interesse sta la sua bellezza.
E' quindi vero che la poesia nata dal culto della bellezza si nutre del
passato. La leggenda di Giano e di Camesena riassume tutta la storia delle
prime origini della gente italica; per opera di Carducci la storia si è
trasformata in poesia autentica, in creazione fantastica; e tale è sempre stata
la storia, quando colui che ne è colpito e rapito è
veramente poeta; come nel caso di Remil. Come Ennio,
anche Virgilio è ispirato dall'antichità. Per Virgilio, Dante è poeta e, come
Virgilio, anch'egli riassume in sé tutta la storia del suo popolo. La stessa
cosa dobbiamo dire di Shakespeare e di Goethe: il
primo attinge alla storia medioevale d'Inghilterra, a quella italiana, alla
romana e trasforma col suo genio le memorie in una storia ideale che appartiene
ormai, come quella narrata da Dante, alla coscienza di tutti i popoli. Parlando
di Goethe, viene spontaneo l'accenno al Manzoni di cui il tedesco fu schietto
ammiratore proprio perché aspettava qualcosa di eccezionale
dalla sapienza storica del nostro scrittore. L'opera grande fu attuata. «I
Promessi Sposi» hanno la loro radice ben piantata nell'humus del passato che fu
il vero nutrimento della mirabile vicenda concepita dalla mente e dal cuore del
poeta. Afferma Foscolo ne «I Sepolcri»: «Quando speme di
gloria agli animosi/intelletti rifulga e all'Italia/quindi trarrem gli auspici».
L'auspicio verrà dalle tombe, cioè dal passato: e alla
rievocazione di questo devono la loro grandezza e attualità il carme foscoliano
e la tragedia alfieriana. D'Annunzio in
«Le faville del maglio» così si esprime: «La grandezza eroica ha il privilegio
di lasciare il vestigio nell'aria che più non occupa, oltre che nel suolo ove
stette abbattuta». Colui che sa ritrovare quel
vestigio e scorgere quelle orme è il poeta meditante il passato. Come Carducci, Remil ha conosciuto e meditato
profondamente la storia del suo tempo e quella precedente, e da questa ha
ricavato l’ispirazione feconda per la sua poesia. MEDAGLIA DI GUERRA: “Voglio
percorrere le tue rughe /muta medaglia di guerra/inerte eppure viva. /Misteri
secolari di parole/come scritte di sangue/su mura metropolitane./Nelle albe
nate del mondo/rimane lo spessore nudo/d'orme di piedi senza storia.” . Bellezza e potenza sono fenomeni consistenti. Gli uomini
godono nella contemplazione della bellezza e restano abbagliati dallo
spettacolo della potenza; ma l’una e l'altra cosa sono
di breve durata: tanto breve che, per lo più, non raggiungono nemmeno la vita
di un uomo. Eterna invece, e vincitrice attraverso i secoli, è l'Idea, cioè quello che rappresenta l'attività vera dell'umana
ragione.
IL VENDITORE
DI STORIE di Remil (Renato Millèri) a cura di
Già mi sono occupato, qualche tempo fa dell’intera
opera «La nostra città violenta», che trovo straordinaria sia per contenuto sia
per fattura poetica; ma
prese singolarmente, le liriche acquistano una proprietà individuale non tutte
consone alla collettività poetica dell’intera opera.Ecco perché, questo «Venditore di
storia», porta alla memoria già nel titolo: «Dialogo di un venditore
d'almanacchi e di un passeggere» di Giacomo Leopardi, non per questo ha
qualcosa da spartire con l’operetta morale del grande Vate. Nelle operette morali del vate di Recanati
affiora una visione più calma e insieme più eroica della vita; perché sono più
un libro di filosofia e di poesia: idee e ragionamenti che si trasfigurano di
solito in immagini e allegorie, grazie ad una prosa lavoratissima che rinnova
modelli antichi, soprattutto i dialoghi di Luciano, con «leggerezza
apparente», con soluzioni originali e vivaci che consentono l'alternanza
di meditazione e ironia, d’aperture liriche e serrati scambi dialettici; mentre
in Remil i versi acquistano
forza e determinazione, anche se in maniera lievemente sfocata sulle figure
metriche tradizionali che possano essere adoperate, non dico con l'aderenza
facile e franca degli antichi, ma insomma senz'ombra di profanazione, con quei
versi «tagliati con l’accetta», alla
Garcia Lorca per intenderci.
Esempio sono questi primi versi del canto:«Se ne stava
tranquillo come un giorno di Natale. Seduto per terra fumava fumava
e faceva grandi anelli di fumo». «Ecco i cerchi, i grandi
cerchi della vita. Qui dentro vivono le mie storie.
Io le vendo, signori, anche per un sorriso» Notate quel «fumava» un verso di tre sillabe ripetuto per dar modo
al lettore di vedere con l’immaginazione le volute di fumo nell’aria formare
dei cerchi e in questi vedere lo scorrere della vita, proprio perché vi
convivono le infinite storie della vita.Si nota che con una certa ingenuità ha
avvertito l'importanza del problema metrico per presentare una lirica che
fungesse da cerchio concentrico e, per questo ha osservato che: «nei grandi cerchi
della vita/ vivono le sue e l’altrui storie»
che vende ai passanti per… un sorriso. Quanta desolazione in questa vendita
delle storie per un sorriso! Affiora la solitudine più angosciosa e
angosciante, che denuncia, seppure con dolore, l’individualismo imperante della
nostra epoca. Rileggere pensieri che ho espresso già
nel 1976, nella commedia «L’ultimo uomo»,
rappresentata appunto nell’ottobre di quell’anno, nell’interpretazione di Massimo
Rigoli e Viviana Buzzòli, mi ha fatto accapponare
la pelle, perché ingenuamente, ho creduto che l’uomo fosse cambiato, che si
fosse corso incontro per camminare insieme, verso un futuro di pace, invece Remil,
mi sbatte in faccia la credulità, il mio attaccamento alla valorizzazione
dell’intelletto umano e mi fa vedere il fallimento del mio credo.Ecco perché affermavo che l’opera completa mostra una faccia
collettiva e la lirica isolata, la vera faccia dell’attualità; un’attualità
dove regna l’egoismo e l’isolantismo.«Era un
venditore di storie come ce ne sono tanti. Aveva i
capelli lunghi, molto lunghi, ed anche la barba era lunga. Non piangeva ma
soprattutto non rideva. Non aveva voglia di ridere, guardava
solo il volto e poi gli occhi dei passanti». Ho cercato con tutte
le mie capacità intellettive e razionali di approfondire, scavando fino a
toccare la radice etimologica, ma questo studio che credevo fosse
molto utile mi si è rivelato vuotamente retorico perché mi ha fatto toccare
rapidamente l'essenza dello spirito remiliano. Infatti,
a prima vista, sembra che Remil
abbia voluto purificare il suo vocabolario e l'istinto melodico della sua
poetica. Insiste nel chiamare il suo manufatto «Prose poetiche» pur sapendo che le sue
strofe non danno l’impressione del nudo, ma piuttosto del dispogliato. Esse non
sono solamente essenziali, ma mostrano, con misteriose allusioni, le immagini,
l'orpello caduto ai loro piedi. In principio, avendo piene le orecchie degli
echi della melodia prevertiana, dannunziana e pascoliana o delle variegate
melodie simboliste di cui questa poesia è la sentimentale reazione, saremmo
tentati di pensare ad un ritmo sincopato. «Sono
un venditore di storie, diceva, chi le vuole? Non abbiate
paura di me, non faccio del male a nessuno io. Sono un
uomo, non sono la vostra coscienza e nemmeno vostro padre. Io vendo
storie, storie vere s'intende, ma anche possibili. Ne
ho per tutti i gusti, posso farle su misura perché conosco il segreto dei
vostri desideri. So come siete fatti e quello che pensate. Conosco le vostre
donne quando sono femmine. Conosco le vostre paure quando perdete una battaglia
od una guerra. Io vendo vita, signori, non fumo, come i quotidiani che leggete»
La strofe di Remil non
può ridursi a formula metrica, ma a volte il verso è stranamente allungato o
accorciato in un misterioso procedimento sillabico, che realizza, e forse non a
caso, sinanche un tono d’armonia imitativa; ma la preoccupazione formale resta
assorbita dalla forza sintetica e dalla sintassi di un rigore classico
particolare.Remil obbedendo ad
un suo preciso intento critico vuole puntualizzare che la natura del suo canto
è puro bisogno di cantare e non solo a proposito di questa determinata poesia,
che è la poesia della nostra generazione, della nostra solitudine la stessa
poesia cui appartengono i Mallarmé,
i Valéry, gli Ungaretti, i Leopardi i Baudelaire e i Prèvert, cui sovrintende il tutto la metrica feroce del Lorca. Mi esprimo convenzionalmente, cioè oscuramente, proprio per farmi capire. Nel bisogno di
cantare di un Leopardi o di un Prèvert, della cui razza Millèri è il più recente esempio, il
bisogno vero e proprio è costituito di altri bisogni,
altre sofferenze: in cima alla montagna delle sofferenze: la solitudine.«Il venditore di storie s'era chinato come se
soffrisse, prese a tossire e a ridacchiare e si accendeva una sigaretta dopo
l'altra. Sputava ora a destra ora a sinistra ed anche al centro della strada
nonostante la gente avesse cominciato a pressarlo. Si leccava
due grosse piaghe sui polsi, le vene del collo sembravano corde e gli
occhi due ferite». Sono versi a volte aspri, a volte sordi e
velati, dove ci si urta in varii echi, da quelli dei poeti più stanchi e
opachi, Martini, Corazzini. Saba
e su fino a Leopardi, per
ricadere subito… il discorso si pone del tutto diversamente: il canto sovente
quasi fiotta in elegia. Dirò anzi che, in Millèri, quelle cadenze sono inavvertitamente preparate a tal
segno da parere improvvise, come fossero per un subitaneo moto interno; e nei
crepuscolari la poesia è tutta una cadenza, che quasi senti prima ancora che
t'arrivino le parole, e ti par di entrare in una stanza nuova. Già, il nominare
e nominare le cose, quell'impressione di gemito che non nasce
tanto dai luoghi singolari quanto da tutta la lirica, corrisponde a una
conoscenza del mondo; a una presa di possesso dolorante, perciò ancora
virtuale. Questo è Remil poeta della vita. Fin qui, di
proposito, mi sono tenuto alla parte di ricchezza, alle cose che pure ci sono nella poesia di Remil;
e molte più di quelle che io ho potuto dire. D'altra parte il giardino della
vita non è un orto, ma un reliquiario, il mondo è tutto sparso di cose alle
quali è connessa una memoria, un ricordo: il poeta che passa sembra un
rievocatore di cose che accadono in questa «Città violenta» popolata
di delusioni, di solitudine, di morte.«Le sue
parole erano divenute gelide come l'inverno e sembrava aspettare un cenno.
D'improvviso cacciò un urlo e s'accascio' al suolo.
Aveva sulla bocca una piega amara e sul volto una maschera di sangue e fango.
Tutti fuggirono, solo un bimbo con una pietosa mano piena di speranza accarezzò
i suoi lunghi capelli e restò accanto al venditore di storie steso agonizzante
insanguinato come un vitello colpito quasi certamente ad una tempia da un sasso
al centro d'una piazza di una grande città in un
giorno d'inverno dell'anno che più vi piace». Infatti, pur facendo
salva la modernità di questo poeta romano, vedremo per molti caratteri come la
sua poesia sia classica in quanto a purezza e
soprattutto in quanto ad equilibrio di elementi costitutivi.Parlando dello
stile di Remil si avverte che
esso è andato toccando la propria perfezione per pure leggi interne senza
appoggiarsi ai facili incanti del classico, e aggiungerò: Classici per il
vigore naturale con cui hanno masticato e fuso le blande influenze del tempo.
La poesia di Remil si potrebbe
benissimo accostarla all'epigramma, ma senza nessuna velleità classicistica. Questa poesia che trae argomento e personaggi dall'arte figurativa,
che ogni giorno popola le vie della sua «Città violenta»; ma Remil
la tratta senza nessuna velleità classicistica. Come si vede, ampliando il
discorso sul classicismo remiliano, elimino l'accenno all'epigramma a cui avevo fatto riferimento, e individuo i versi nell'aridità
realistica delle immagini che si sovrappongono,come frequenti dissolvenze in
apertura e chiusura cinematografiche
stabilendo così un rapporto tra il realismo concreto e carattere della
poesia visiva facendo brillare la lirica di luce propria.
( Prosa
Poetica)
Se ne stava
tranquillo
come un giorno di Natale.
Seduto per terra fumava
fumava
e faceva grandi anelli di fumo.
«Ecco i
cerchi,
i grandi cerchi della vita.
Qui dentro vivono le mie storie.
Io le vendo, signori,
anche per un sorriso»
Era un
venditore di storie
come ce ne sono tanti.
Aveva i capelli lunghi,
molto lunghi,
ed anche la barba era lunga.
Non piangeva
ma soprattutto non rideva.
Non aveva voglia di ridere,
guardava solo il volto
e poi gli occhi dei passanti.
«Sono un
venditore di storie, diceva,
chi le vuole?
Non abbiate paura di me,
non faccio del male a nessuno io.
Sono un uomo,
non sono la vostra coscienza
e nemmeno vostro padre.
Io vendo storie,
storie vere s'intende,
ma anche possibili.
Ne ho per tutti i gusti,
posso farle su misura
perché conosco il segreto
dei vostri desideri.
So come siete fatti
e quello che pensate.
Conosco le vostre donne
quando sono femmine.
Conosco le vostre paure
quando perdete una battaglia
od una guerra.
Io vendo vita, signori,
non fumo
come i quotidiani che leggete»
Il
venditore di storie
s'era chinato come se soffrisse,
prese a tossire e a ridacchiare
e si accendeva una sigaretta dopo l'altra.
Sputava ora a destra ora a sinistra
ed anche al centro della strada
nonostante la gente
avesse cominciato a pressarlo.
Si leccava
«Guardatemi,
queste sono ferite che non fanno male.
Sono ferite d'amore
che voi non potete conoscere
poiché non potreste sopportarle
e morireste.
Ma non racconterò questa storia
perché è la mia
e il prezzo che chiederei
non potreste pagarlo.
Vorrei raccontare invece
di chi seduce le vostre mogli,
di chi modifica il cervello
degli uomini sulla terra,
di chi distrugge i vostri figli
penetrando le loro menti
per renderle qualunquiste
e mai appagate.
Le mie storie, signori
vivono l'aria
di queste vostre città malate,
l'aria d'impossibili felicità
che vi giocate al gioco della fortuna
ogni giorno
perché sempre
volete qualcosa di più.
Quanto tempo sprecato in piazza
in 100 in 1000 in 10.000
perché soffrite l'aria
dei vostri vuoti
dei silenzi rappresi
del vostro essere niente
in queste città
che avete reso insane
dove muoio ogni giorno
come uomo ridotto
ad unità produttiva
senza più anima
e senza più significato.
E' troppo alto
il prezzo del coraggio
per fare come me
che ho abbandonato tutto
per venire a morire qui
tra voi
per raccontare le storie
che dovrebbero farvi tremare
la mente e il cuore»
Le sue
parole erano divenute gelide
come l'inverno
e sembrava aspettare un cenno.
D'improvviso cacciò un urlo
e s'accascio' al suolo.
Aveva sulla bocca
una piega amara
e sul volto una maschera
di sangue e fango.
Tutti fuggirono,
solo un bimbo
con una pietosa mano
piena di speranza
accarezzò i suoi lunghi capelli
e restò accanto
al venditore di storie
steso
agonizzante
insanguinato come un vitello
colpito quasi certamente ad una tempia
da un sasso
al centro d'una piazza
di una grande città
in un giorno d'inverno
dell'anno che più vi piace.
Renato
Millèri – Remil (da «La nostra cttà violenta»
Nel ricordo di Remil (a cura di Marco Gavotti
E' nel suo caratteristico modo di schernirsi che
Renato esorcizzava quel destino, che l'avrebbe portato, (e l'ha portato poi) a
morire di quel male di cui tutti sappiamo, ma che
nessuno vorrebbe nominare. Eppure così solare nei rapporti con gli altri,
manifestava la sua rabbia con liriche che lasceranno
il segno nella cultura italiana. Bene ha detto
Più leggo
quest’opera di Remil (Renato Milleri),
scritta nel 1981, e più mi convinco che sto facendo il
viaggio dantesco a ritroso. Mi spiego: Dante
dal peccato si erige, salendo il monte del Purgatorio per soffermarsi in
Paradiso, mondandosi dei peccati giovanili; Remil fa il viaggio in senso opposto dalla spensieratezza
giovanile (il Paradiso) vissuta scorrazzando per la sua città amata (Roma)
all’Inferno di oggi in cui Roma è: violentata,
diffamata, stuprata in continuazione; e come Dante divide la sua Commedia in tre Cantiche lui canta
l’amore–odio per Roma in cinque parti: L’Amore, la morte del sole, il sereno,
il binario e il posto dell’amore. Ma andiamo con
ordine. Apre la raccolta una considerazione che titola «Amore»
«Quando la città è buona nascono sovente pagine d'amore che riempiono
l'aria di misteriosa armonia» per i romani quest’armonia misteriosa nasce dal
Gianicolo e si espande sulla città, ancora mezza assonnata, che sbadigliando si
godono l’armonia che avvolge la città, dal Borgo alle estreme periferie da Sud
Est a Nord Ovest: armonia di ogni ceto sociale, è
armonioso il riccone come lo è il misero che si avvia lentamente alla fatica di
racimolare il pane quotidiano. Ho parlato di un viaggio dantesco in senso
inverso ed eccolo che inizia, l’armonia che ha avvolto la città, come il cielo
da un orizzonte all’altro, comincia a dissolversi e mi ritornano alla memoria i
versi di Dante:
...« lo mi son un che, quando Amor mi spira, noto, ed a quel modo Che ditta dentro, vo
significando». Proprio
questa definizione assoluta dell'essenza vera della poesia e dell'arte
noto nella raccolta. Ecco perché mi
sento di affermare che il canone fondamentale con cui Remil dichiara: «Quando la città è buona
nascono sovente pagine d'amore…» Con questi versi egli definisce e spiega il
concetto del suo principio che potrà essere accettato come un giudizio, per
definire il comportamento della «sua» Città. Remil non è un Poeta artificioso, retorico come oggi se ne vedono
e in grandissima quantità, specialmente in Internet, non c’è Web o Sito che non
faccia spazio a questo tipo di pseudo poeti (grafomani, o clonatori in verità),
che hanno sempre nelle loro opere qualche cosa che finisce col disturbare, con
lo stancare. Remil è convinto
che come la sincerità è la prima e più pregevole dote dell'uomo, così dobbiamo
dire che deve essere il fondamento di ogni poesia e di
qualsiasi manifestazione artistica. In
questa raccolta ha espresso sempre con grande forza e
con meravigliosa immediatezza quel che sentiva dentro il suo animo. La stessa
cosa credo che si debba dire di tutti i veri grandi poeti
che noi conosciamo. La limpidezza del verso mi riporta alla scorrevolezza
dell’ottava ariostesca, mentre il contenuto a il Principe
del Machiavelli che, per quanto
scritto in prosa, è una vera e propria creazione della mente e della
fantasia. De «La nostra città violenta» mi attrae
proprio la straordinaria sincerità con cui l'autore espone le sue esperienze,
la vita degli uomini, il modo di come violentano la sua amata – odiata città,
le conclusioni e gli insegnamenti che va traendo da esse.
Quello che mi piace di più è la chiarezza della sua espressione, la evidenza delle descrizioni, la immediatezza con cui
esprime tutto quello che passa nel suo animo. La stessa dote
che lo avvicina molto al Petrarca le
cui poesie hanno il profumo della sincerità, sia che egli esprima il sentimento
che lo lega a Laura, sia che ci
faccia sentire gli scrupoli da cui è tormentato il suo spirito.«Un
giorno ti porterò con me a conoscere le acque buone e sapienti dell'amore
felice. Il discorso è ripreso dopo aver detto al suo amore che il sole sta
morendo. E’ stato solo un attimo di incertezza che
subito stacca gli occhi dall'astro e ripensa che anche le terre aride del
silenzio, troveranno le parole. L'interesse evolutivo del Canto è costituito
soprattutto dalle immagini che sono veramente poetiche: le acque buone e
sapienti, le terre aride del silenzio troveranno le parole che non sono state
mai dette. Questa poesia è di argenteo nitore. Basta soffermarci a considerare i versi
già accennati per perderci nell’immensità delle immagini che in essi appaiono. Sono immagini tanto limpide che ci si può
smarrire in quella luce bianca dello Infinito. Sono
immagini concepite serenamente e rese nella scelta delle parole colla medesima
serenità con cui sono state immaginate. Il verso è
così semplice e nello stesso tempo così scultorio, da farci balzar vivo davanti
agli occhi il tormento del vento nei capelli e l’ultima lacrima che raccoglie l’azzurro del giorno. Le facce attonite che
guardano la lacrima, l’ultima, che raccoglie l’azzurro del giorno, stanno
effettivamente davanti a noi, balzate fuori all'improvviso per virtù del verso
semplicissimo con straordinaria evidenza. Allo stesso modo, sempre con la
medesima semplicità di mezzi, dal gruppo il poeta fa spiccare in netto rilievo
la figura del treno fermo al binario numero 21, dove: «C'e' un treno in arrivo e tanto amore che attende. C’e’
un’arancia tra le mani e tanto freddo. E le mani
sbucciano l'arancia, piano, come una carezza sulla pelle». Com’è bella
quest’immagine in piena luce invernale, che pur raggelando le mani non vieta il
caldo al cuore che sente «quelle» mani come una carezza sulla pelle; ed è luce
dal sorriso dolce e folgorante nello stesso tempo. Gli ultimi due versi sono di
meravigliosa potenza nei quali si esprime la grandezza dell’amore, principio e fine di ogni
cosa e come sempre datore unico della vera pace.
«ISTINTO (l’urlo dell’Es)»
dedicato alla moglie Mara (a cura di
Renato Millèri in arte Remil, è nato a Roma il 1° giugno
1947 e vi è morto il 25 febbraio 2004, ha fondato la sua poesia (che si ostina
a chiamare «prosa poetica») sulla ricerca analitica del proprio io e le «turbe»
che seguono l’uomo dall’infanzia fino alla fine. La ricerca inizia nell’infanzia,
interrotta per ragioni di lavoro, nel periodo in cui è stato impiegato di
banca, per riprendere quando è stato messo in quiescenza per ragioni di salute,
nel 1981 con il grido disperato che vede la «sua» città stretta nella morsa
della violenza, intitolando la raccolta: «La nostra città violenta» una
raccolta divisa in cinque parti, quasi a voler fare il viaggio dantesco a
ritroso: Dante dal peccato giunge alla redenzione, lui dalla redenzione scende
nelle «bolgie infernali», una raccolta che fa affascina, rapisce e indigna il
lettore; ma ciò che è importante è che rimane incollato alla lettura fino
all’ultima virgola, per sentirsi in «trance» per ore
dopo aver finito la lettura che continua imperterrita nel cervello fino a farci
sentire placati, perché avvolti dalla sua rabbia e dal profondo amore che lo
lega alla città eterna. Per combattere
il «Racket dell’Arte», non volendo sottostare alle imposizioni di certa
editoria, e di certe organizzazioni di premi letterari, dai bricconcelli a
quelli bricconi, si è creato un sito Internet, in cui pubblica non solo le sue
opere ma anche quelle degli amici, che come lui combattono, con l’assenteismo,
il «Racket dell’Arte». Inizialmente lo chiama: «L’Angolo di Remil» in seguito,
visto il successo (è stato segnalato da Virgilio e da altri), l’ha chiamato
«Gutta Cavat» ed è diventato un sito trilingue, Italiano, francese e inglese.
Nella «home page» ci s’imbatte subito sulla premessa della nascita di questo
sito: «”GUTTA CAVAT” propone una pagina di cultura e d'arte popolare. Invia una
tua poesia, un tuo lavoro grafico e saranno pubblicati. Chiunque lo desideri può osservare i momenti di spontaneità che
viviamo». Poi si trovano citazioni di Freud: «Sigmund Freud afferma che l'ES è
la più antica delle aree dell'apparato psichico dove il bisogno della
soddisfazione immediata del piacere
genera tensione che viene vissuta come dolore. Nel 2000, introduce la raccolta di poesie
«ISTINTO (l’urlo dell’Es)» dedicato alla moglie Mara, con la presentazione che
segue: «L'ES, non avendo punti di contatto con la realtà non riesce a
scaricare le pulsioni e viene soccorso da altre figure
componenti la personalità umana. Questa
raccolta di prose poetiche è un tentativo di dare voce all'ES, inteso come
istinto primario, attraverso la manifestazione delle nevrosi. Altre
informazioni sono state raccolte da testi di psicologia e da biografie. I
riferimenti a personaggi esistiti sono anche frutto dell'immaginazione
dell'autore. Non si nasconde l'invito di guardare al problema psicologico come
si guarda ad ogni altro impedimento che colpisce l'essere umano: un problema
psicologico può avere la stessa valenza di quello fisico ed in alcuni casi
superarlo in gravità anche se non è visibile. Dietro ad ogni volto c'è un
infinito di sentimenti da rispettare».
«A mia moglie per l'amore e la fiducia che ha sempre riposto in me».
Ed ecco
la poesia che apre la raccolta:
L'OMBRA
DELLA NOTTE
Marmo di
Carrara
freddo
come il ghiaccio
sotto i
miei piedi di bambino.
Cieli
aperti come nubi
squarciate
da lampi.
La voce di
Dio in un tuono
che
ferisce le orecchie.
Il
corridoio
immenso,
lungo, interminabile.
Il freddo
sotto i piedi
mentre la
pioggia assordante
vuole
sfondare il tetto della casa.
Le piccole
mani,
tenere e
bianche
come
fiocchi di neve,
si
stringono attorno
ad una
piccola croce sul petto.
In
singhiozzi una voce si muove
nel vento
dei miei pensieri.
- Mamma -
Silenzio.
Di nuovo la
mia voce
ti chiama
in disperati tormenti.
Silenzio
ancora,
avvolgente
come i draghi
delle
fiabe che mi racconti
ogni
giorno.
La stanza
da letto
illuminata
da lampi
m'appare
più grande.
L'ombra del
drago
selvaggiamente
sul corpo
di mia madre
in una
danza mortale.
Madre mia
chi
ferisce e tortura il tuo corpo?
Io
verrò a
salvarti.
Chiunque tu
sia
drago od
ombra della notte,
affonderò
le mie unghie
nel tuo
cuore
e lo
mangerò per pane.
Abbiamo letto versi
che travalicano il tempo,per diventare storia e
documento del proprio tempo. Immaginate, siamo negli anni Cinquanta
dello scorso secolo, il bambino è svegliato dai tuoni che la pioggia
torrenziale provoca, scende dal letto e cerca la madre: l’unica persona di cui
si fida e che sa consolarlo e calmarlo; imbocca il corridoio per raggiungere la
camera dove sa che la mamma dorme e:
Il
corridoio
immenso,
lungo, interminabile.
Il freddo
sotto i piedi
mentre la
pioggia assordante
vuole
sfondare il tetto della casa.
Apre la porta senza
bussare e, alla luce dei lampi che illuminano la stanza, il padre che cavalca
la madre, gli sembra un drago e, improvvisamente grida:
Io
verrò a
salvarti.
Chiunque tu
sia
drago od
ombra della notte,
affonderò
le mie unghie
nel tuo
cuore
e lo
mangerò per pane.
Quest’incubo vivrà
fino alla fine della sua vita nella mente e nell’animo del Poeta anche se, ora
sa, che i genitori facevano l’amore; però non riesce a
staccare dalla memoria il drago che stava uccidendo la mamma.
L’opera,
lirica per lirica, si snoda narrando, con una musicalità invidiabile, l’evoluzione
di quel bambino fino alla maturità, ed è proprio a quest’età che il dramma si
acuisce e sfocia in tragedia:
Tornare
indietro
o
continuare
non ha
alcun senso.
Anche perché quello spazio infinito che
ha visto da bambino gli scombussola l’esistenza al punto di ammalarsi.
AGORA (a me
stesso)
Splendeva
il colonnato del Bernini
con la
luce dei tuoi denti
nella
bocca di due colonne perfette